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Come si diventa bravi in qualcosa?

Bravi in qualcosa si nasce o si diventa? Potrà anche sembrare una domanda banale, ma offre lo spunto per un ragionamento che banale non lo è per nulla.

Intelligenza, bravura, capacità, cultura, creatività; parole di uso comune che spesso vengono utilizzate male trasmettendo informazioni forvianti.

Capita facilmente di sentir dire a qualcuno che studiando si diventa intelligenti, oppure che se sei creativo non hai bisogno di studiare. Queste ed altre assurdità simili nascono da una mitizzazione della figura stereotipata dell'artista, descritto come genio che deve essere almeno sregolato e se possibile anche al di fuori di tutti i normali schemi.

Novelli aspiranti Picasso imbrattano tele senza conoscere nulla di tecnica pittorica o di storia dell'arte, forti esclusivamente della loro presunta creatività e di tanto, troppo, tempo a disposizione. Aspiranti autori di best seller letterari scrivono flussi di coscienza sgrammaticati e privi di punteggiatura. Fare le cose in modo palesemente anomalo, meglio se in diretta opposizione a qualsiasi regola, sembra dare conforto e coraggio a tutti quelli che si danno dell'artista e del creativo da soli. Perché poi, nello stereotipo è anche ben chiaro che bisogna essere incompresi, altrimenti come si fa ad essere dei veri artisti?

La verità è chiaramente, aggiungerei anche per fortuna, qualcosa di completamente diverso!

Tutti nascono con un potenziale di qualche genere, ma la vera differenza la fa l'impegno che quotidianamente viene dedicato all'acquisizione di cultura ed esperienza nel settore che scegliamo.

Certo chi nasce con una grande capacità può essere avvantaggiato in partenza, ma a nulla varrebbe ogni dono senza un costante lavoro nella giusta direzione.

Bisogna studiare, porsi domande, sperimentare, confrontarsi con gli altri e tutto ciò va fatto con la consapevolezza che per eccellere bisogna farlo con continuità e probabilmente per tutta la propria vita.

Quattro anni fa questo concetto lo sintetizzava molto bene Enzo Mari in televisione. Un piccolo contributo video sul quale riflettere, lo trovare in questo filmato.

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Camera No logo

Quando nel 2000 Naomi Klein pubblicò No logo di certo non aveva in mente il mercato delle fotocamere, ma l'evoluzione di questo mercato negli ultimi 15 hanni ha davvero tutte le caratteristiche descritte nel saggio dalla giornalista canadese.

Gli enormi investimenti dei produttori di fotocamere sul brand name hanno permesso di consolidare delle posizioni di monopolio. Si aggirano per il mondo orde di esseri umani fieri di sfoggiare la fotocamera del brand preferito, meglio se della linea di produzione più alla moda e dell'ultimissima generazione. In tanti si ritraggono (e poi pubblicano) con la fotocamera ben in vista per dire: posseggo una fotocamera del brand XYZ e quindi sono!

Chiaramente tutto questo rimbalzare dei brand sui giornali, sui social network è pubblicità gratuita che gli utenti fanno inconsapevolmente.

Come per tutti i beni di consumo tecnologici, primi fra tutti gli smartphone (entrati anch'essi di forza nel mercato della fotografia), l'utente medio si sente in qualche modo arricchito dal brand, come se sfoggiare il brand gli attribuisca automaticamente uno status che lo salvi o almeno lenisca la sua insicurezza personale e/o fotografica.

La verità è che siccome i produttori investono molto più del normale nel pubblicizzare il brand, devono di conseguenza investire meno su altre attività. Primo tra tutti i tagli è il costo di produzione, ne parlava già 15 anni fa la Klein. In questo il mercato delle fotocamere è del tutto sovrapponibile a quello della moda! Al di la di un possibile abbassamento della qualità di produzione, come utenti ci troviamo ad avallare lo sfruttamento di popolazioni meno tutelate perchè i produttori impiantano centri industriali o sub-appaltano interamente la produzione in quelle nazioni che offrono un costo di manodopera basso e condizioni lavorative ai limiti tra lo sfruttamento e la schiavitù.

Accantoniamo per un momento questa situazione sociologica e torniamo a noi utenti. Facendo implicitamente pubblicità ai produttori di fotocamere, non dovremmo ricevere uno sconto? In un settore tecnologico adiacente qualcuno ci ha pensato. Esiste un produttore (e distributore) di tablet che mette delle pubblicità nella schermata di blocco del dispoditivo in cambio di uno sconto. Chi non vuole vedere le pubblicità ogni volta che il dispositivo esce dallo stand-by può acquistare un codice di sblocco, oppure all'atto dell'acquisto del tablet può rinunciare allo sconto.

Se un produttore offrisse lo stesso modello di fotocamera senza il nome/logo ad un prezzo leggermente più alto, la comprereste? Oppure al contrario apprezzereste lo sconto sul modello con logo e brand name?

A me sembra davvero strano che questa possibilità di scegliere oggi non esista!

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Cosa vuol dire essere professionista

Per chi è interessato alla definizione ufficiale, le accezioni più comuni della lingua italiana per "professionista" vengono descritte in modo esaustivo al seguente link: http://www.treccani.it/vocabolario/professionista/

Sul piano istituzionale, in Italia, si è professionisti in un settore specifico, se sussistono le seguenti condizioni:

  • Lavorare in uno specifico settore con continuità ed in modo indipendente
  • Venire retribuiti per tale lavoro
  • Essere fiscalmente riconosciuti ovvero si pagano le tasse per questo lavoro

Chiaramente questi requisiti sono riferibili, secondo le norme vigenti, sia ai liberi professionisti che ad altri tipi di lavoratori autonomi, come ad esempio gli artigiani ed ai soci di ditte e società in possesso di codici di attività legati allo specifico ambito.

Questo tipo di gestione legislativa non prevede alcun tipo di verifica sulle effettive capacità del professionista (o presunto tale).

Probabilmente, essendo le leggi attuali un rimaneggiamento di leggi molto più vecchie, nelle stesure originali si dava per scontato un differente meccanismo di verifica e controllo. Infatti molte categorie di professionisti sono regolamentate con albi ed ordini che richiedono altri requisiti per accedervi ed inoltre dovrebbero vigilare sulla deontologia e sulla qualità del lavoro svolto dai professionisti ad essi iscritti. Purtroppo non esistono ne albi ne ordini in tutti i settori su quel limite sottile ed ambiguo tra tecnica ed arte (fotografia, grafica etc).

In tali ambiti l'attuale normativa permette l'accesso al professionismo in virtù del solo requisito fiscale e quindi non consente una distinzione qualitativa tra chi è effettivamente competente da chi non lo è.

Questa distinzione non è una sottigliezza, tutt'altro, essa è fondamentale per fare chiarezza.

Essere professionista dovrebbe sempre voler dire: svolgere la propria attività lavorativa con particolare abilità e competenza.

Ogni altra definizione, sia fiscale che sociologica, rischia di essere solo una fonte di confusione.

Riguardo alla fotografia mi capita quotidianamente di riscontrare le conseguenze di questa confusione. Cercherò di essere sintetico: la verità è che i titoli di studio, le certificazioni, i requisiti fiscali e l'effettiva bravura di un fotografo non sono necessariamente collegati tra di loro.

Se è vero che la fotografia piaccia a molti, non è detto che tutti abbiano una reale motivazione o predisposizione a diventare professionisti. Non intendo dire che non siano collocabili nel mercato della fotografia, intendo soffermarmi proprio sull'essere professionisti.

Ribadisco: Essere professionista = Svolgere la propria attività lavorativa con particolare abilità e competenza.

Si tratta di una strada certamente in salita ma che può dare molte soddisfazioni se si è dotati e si persevera nello studio e nelle esperienze professionali.

Per i pigri non c'è comunque da preoccuparsi, la fotografia è sempre più a disposizione di tutti, l'importante è non voler a tutti i costi spacciarsi per professionisti! :p

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Riflessioni su Fotografia e massificazione

In molti conoscono le dure parole con cui, quasi due secoli fa, Baudelaire parlava della Fotografia. Sono invece davvero pochi a sapere che il "poeta maledetto" probabilmente non ce l'aveva tanto con la Fotografia, ma con l'industria fotografica, con alcuni tra i primi utenti della Fotografia e soprattutto con "le masse".

Riporto per riferimento un suo testo integrale alla pagina: http://andreascala.com/charles-baudelaire-sulla-fotografia-1859

Baudelaire conosceva bene la Fotografia della sua epoca, infatti non ne parla in modo asettico come farebbe qualcuno che odia una cosa per partito preso e senza conoscerla effettivamente. Egli ad esempio apprezza apertamente il lavoro del suo amico Nadar, dal quale si fece anche ritrarre, ma usa spesso parole sprezzanti perché teme che la fotografia sia industria e non arte e che se utilizzata per sostituire l'arte (arte identificata con la pittura nella gran parte dei suoi testi) anche solo in qualche piccolo ambito, avrebbe finito per soppiantarla del tutto a causa di quella che lui chiama "alleanza naturale dell'idiozia della moltitudine".

Qualche giorno fa, leggendo le statistiche sulla crescita iperbolica del volume di fotografie che ogni anno vengono realizzate nel mondo, mi è venuto da pensare che forse Baudelaire avesse, magari anche involontariamente, detto qualcosa di profetico.

Chi mi conosce sa quanto io ami la Fotografia, quella che considero con la F maiuscola. Esiste però anche una fotografia più bassa, massiva ed diciamolo onestamente, che lascia il tempo che trova. Volendo valutare onestamente i miliardi di fotografie realizzate negli ultimi anni dall'umanità, la percentuale di fotografie inutili è chiaramente mostruosamente alta.

D'altronde l'industria fotografica, non parlo di quella delle pellicole o della carta, ma quella delle macchine fotografiche, non ha mai concretamente subito un periodo di crisi. Le tecnologie diventano obsolete, i produttori più miopi ai cambiamenti falliscono e spariscono, ma la richiesta di macchine fotografiche non conosce periodi morti proprio per quella "massa" di cui Baudelaire parla. Un massa di persone che documenta la realtà senza ri-elaborarla e per le quali lo strumento è sempre più importante della capacità di immaginare o pre-visualizzare una immagine difforme dalla realtà che vediamo ad occhio nudo.

La nostra epoca conosce molti modelli di business basati sulla massificazione, basti pensare al fatto che i social network sono ormai sempre non tematici, rivolti quindi non ad utenti interessati ad un argomento specifico, ma a qualsiasi tipologia di utente perché il numero è più importante dell'effettivo valore degli utenti. I social network come i motori di ricerca, vendono pubblicità e devono garantire agli inserzionisti una platea enorme, non una platea selezionata. 

È proprio questo uno degli ambiti dove le immagini fotografiche vengono valutate in base alla quantità disponibile e non in base al contenuto della singola immagine. Valanghe di immagini che contribuiscono a far si che la gente spenda tempo sui social, guardando, commentando, apprezzando e ri-pubblicando; facendo quindi il gioco di chi paga i social network per pubblicizzare prodotti e servizi.

A questa massificazione non corrisponde nessun discorso artistico; ci sarà certamente di tanto in tanto qualche buona immagine ma per i fini commerciali di questi circuiti la qualità di una specifica immagine non è assolutamente rilevante.

Tornando a Baudelaire, mi chiedo cosa ne direbbe lui, che nel 1859 parlava di "azione delle folle sugli individui e all’obbedienza involontaria, forzata, dell’individuo alla folla". Cosa direbbe di tutti questi, come li chiama lui, "pittori mancati" che inseguono risoluzioni e tecnologie sempre più sofisticate, senza pensare al contenuto e alla motivazione delle fotografie.

A chi legge questa mia pagina vorrei suggerire di uscire dalla massa di tanto in tanto, cercando di immaginare ancor prima di premere, non il pulsante di scatto, ma il pulsante di accensione della fotocamera. Non limitiamoci ad archiviare la realtà, ma re-interpretiamola, non necessariamente per farne arte, ma per la nostra personale soddisfazione fotografica. :)

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Fotografo di scena

Vorrei inaugurare il primo post di questo mio "rinnovato" blog cercando di chiarire cosa vuol dire secondo me "fotografo di scena".

La denominazione italiana fotografo di scena nasce presumibilmente in ambito teatrale per descrivere una applicazione fotografica che serve sostanzialmente a due scopi; uno pubblicitario (sia press che adv) ed un'altro di archivio. Le fotografie di scena sono quindi utili alla pubblicizzazione dello spettacolo teatrale ma costituiscono contemporaneamente la memoria storica dello spettacolo e sono il riferimento fondamentale per ogni ri-allestimento dello stesso. Per realizzare un prodotto di qualità quando si lavora per teatri e compagnie teatrali, diventa fondamentale avere tempo sufficiente per conoscere bene lo spettacolo, gli attori, le scelte della regia, in modo da avere le idee chiare in vista di una prova generale in costume. Le consuetudini nate per la prosa possono essere estese agli spettacoli di danza ed in buona misura anche a tutti gli spettacoli musicali. Sebbene alcune tipologie di concerti non forniscano tutta la fase di pre-produzione di uno spettacolo teatrale, in alcuni casi è possibile sopperire alla mancanza di tempo con un approfondimento storico sull'artista che si va a fotografare. Ad esempio, alcuni anni fa prima di fotografare un concerto di Jamiroquai dedicai del tempo a visionare dei filmati di precedenti concerti. Volevo capire meglio quali fossero le sue abitudini sul palco e devo ammettere che le informazioni acquisite in questo modo furono davvero preziose. Probabilmente una delle foto che preferisco di quel concerto non esisterebbe se non mi fossi documentato precedentemente.

Per il fotografo di scena nel cinema in Italia viene mantenuta la stessa dicitura. Ciò crea un sacco di confusione, soprattutto per chi non sa qual è il ruolo del direttore della fotografia in un film. Proprio per evitare questa confusione in tutti i paesi dove si parla inglese il fotografo di scena diventa still photographer in modo da segnare la differenza con il reparto fotografia che si occupa delle luci e della cinepresa. In questo settore la documentazione può essere sia fotografica che video se si tratta del backstage della produzione di un film. È invece rigorosamente fotografica la documentazione realizzata per la pubblicizzazione del film. Ovviamente realizzare fotografie durante le riprese di un film vuol dire essere discreti, silenziosi, quasi invisibili. Il problema più grande è non intralciare il lavoro degli altri reparti, soprattutto degli operatori di camera e del reparto che si occupa della registrazione dell'audio. Inutile dire che oltre all'esperienza maturata negli anni, l'utilizzo di specifiche attrezzature è spesso inderogabile. Realizzare le fotografie di scena di un film è un lavoro a tempo pieno, anzi pienissimo. Durante le settimane di produzione di un film il lavoro è continuo, scena per scena e nei momenti di pausa si lavora alla selezione ed al backup delle fotografie. Per la televisione sia in studio che fiction quasi tutto è assimilabile a quanto detto per il cinema.

Adesso è necessario fare una riflessione un po' spinosa. La qualità del lavoro del fotografo di scena non è strettamente legata alla qualità del prodotto che viene documentato. Esistono fotografie pessime di spettacoli e/o film bellissimi ed esistono fotografie supende di produzioni terribili sul piano narrativo, tecnico, artistico. Ovviamente se una produzione è di qualità e il fotografo di scena è bravo si otterranno quasi certamente risultati ottimi, ma come è possibile che un prodotto teatrale terribile sembri quanto meno interessante in fotografia? Oppure che un film, scelto per un manifesto particolarmente interessante, si riveli essere insulso? In verità non dovremmo stupirci. La fotografia di scena è spesso una forma di pubblicità in cui la capacità di sintesi del fotografo e la scelta dell'istante immortalato possono massimizzare la percezione del bello e della qualità. Chiaramente può essere spiacevole pensare che un prodotto discutibile attragga pubblico per merito della sola bravura del fotografo di scena, ma pensiamo al rovescio della medaglia. Il fotografo di scena non essendo vincolato ad una riproduzione asettica di spettacoli o scene di film, è libero quindi di re-interpretare l'impianto visivo di un set o di un allestimento creando un contenuto artistico del tutto indipendente. Questa libertà è forse il motivo più significativo che rende la fotografia di scena un settore molto stimolante nel quale lavorare.

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